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(Giovanni
Farris, nella plaquette che accompagna il volume)
All'origine del complesso volume di Pennone e Acquaviva si pone una categoria
che definirei "savonesità", un amore per Savona inteso come qualche
cosa di radicato nella propria esistenza, fino a diventare in qualche modo
fede.
Un amore che ritroviamo, con diversa valenza,
in un socialista libertario come Giuseppe Cava, che di questo amore è un po'
il teorico, con il suo Te vêuggio ben Savonn-a, e anche in un
autorevole intellettuale cattolico come Silvio Sguerso. Nel 1936, a chi si
stupiva dello straordinario flusso dei savonesi al Santuario per il quarto
centenario dell'Apparizione e dell'esplosione di entusiasmo religioso in
Savona, Sguerso rispondeva: "Chi conosce l'anima vecchia di Savona è
convinto che le feste centenarie dovevano riuscire così... Nelle feste
centenarie, questa vecchia Savona ha ritrovato se stessa e ha trascinato nel
suo entusiasmo chi ancora non aveva avuto modo di conoscerla" ("Il
Letimbro", 3 aprile 1936).
Non si può esaltare Savona senza penetrare con
l'animo nel vero cuore della città. E il cuore di Savona sono le sue
tradizioni, la sua storia, le sue chiese, il suo mare, il suo faticoso
divenire: non tanto importa l'aspetto urbanistico, né la sterile nostalgia
del passato, quanto sentir vibrare quel momento vitale che da forza all'oggi e
speranza al futuro.
La vita di una città non è un fatto statico,
ma dinamico. Essere savonesi, per Pennone ed Acquaviva, significa mettersi
entro questo flusso, assimilarne le realtà fondanti, arricchire con nuova
linfa una vitalità capace di garantire i valori della città stessa, in un
momento di straordinario fervore economico e artistico.
Pennone e Acquaviva hanno voluto testimoniare
questa "savonesità" in un momento culturale importante, quello
futurista. Non c'è dubbio che dire futurismo significa aprirsi a una
particolare dimensione globale. Mai un testo futurista è esclusivamente
letterario. La copertina, la carta, i caratteri, l'inchiostro, le
illustrazioni, gli spazi, lo spessore, il modo con cui son tranciate le
pagine... tutto deve avere un senso. È come navigare in un mare, le cui onde,
apparentemente eguali ad un occhio inesperto, hanno tutte una loro naturale
diversità. Un libro futurista non solo va letto, ma va sentito, toccato,
annusato, udito...
Il ruvido cartone slabbrato della copertina
porta entro un triangolo rovesciato, su un tessuto, lo stemma e i colori del
comune di Savona. La parola "Savona" risalta su uno sfondo chiaro
con un inedito carattere nero, che sulla copertina assume la vetustà di una
scrittura di derivazione arcaica. Più che un titolo abbiamo l'icona di un
gagliardetto che racchiude in sé gli ideali della propria esistenza.
All'interno, come frontespizio, al posto del
titolo abbiamo una dedicatoria, che pone immediatamente il lettore nella
condizione di comprendere che il libro vuol essere non già una descrizione,
un semplice omaggio, ma un'avventura dell'animo. Le pagine del libro sono in
quarto, colore pergamena. Lo spazio è percorso da parole e incisioni. Le
parole sono scritte con caratteri tipografici inusuali, del tutto originali,
geometrici, che rifiutano ogni tipo di curvatura, e si susseguono angolati e
monotoni, quasi volessero indicare il selciato di una via consolare romana.
In realtà questo sentimento dell'impero
romano, esaltato dal particolare momento storico, aleggia anche nella
struttura della pagina, che si presenta compatta come se ci trovassimo davanti
ad una antica epigrafe. Solo i mirabili fregi tracciati da Acquaviva, nella
loro intensa sinuosità, danno fremito alle pagine e le collocano entro un
moto che non conosce tempo. A loro volta le tavole, sempre di Acquaviva,
afferrano questo moto per fissarlo nei suoi momenti vitali più intensi.
Le linee rette degli edifici, nel tempo,
sembrano diventare fragili quinte di un teatro eterno, che tuttavia si
compenetrano l'una nell'altra, secondo una dinamica inafferrabile.
La tavola che si richiama alla processione del Venerdì Santo - per fare solo
un esempio - è un vero capolavoro. Il Figlio dell'Uomo, rivestito di una luce
abbagliante, attira a sé, trasfigurandolo, ogni uomo. Vano il tentativo della
morte (croce in primo piano) e illusorio quello del traditore (uomo con la
lanterna) di oscurare la luce dell'Eterno. Se le planches che si richiamano
alle case della città fissano il dinamismo del tempo nella cifra di una
appartenenza solidale, nella tavola riguardante il Venerdì Santo il tempo
viene superato in un'eternità di luce. Un'altra tavola, quella
dell'Apparizione, è dominata dal manto luminoso della Vergine, che, partendo
da un punto focale che si perde nell'infinito, avvolge il Santuario di Savona
e garantisce alla città una Presenza e un'isola d'incontro con il Mistero.
A tutto questo va aggiunta la necessità di
ascoltare nelle parole la voce dello stesso Pennone. E come se ci dicesse:
"Queste mie parole vorrei che si potessero cogliere nei miei occhi, sulle
mie labbra, nel fremito del corpo, nel prolungarsi delle mani, perché solo
allora queste parole le potresti sentire piene di sangue".
La parola non è, nel nostro testo, un segno
descrittivo e neppure un'evocazione celebrativa, ma un'occasione innervata di
luce per ritrovarsi: è un far rivivere, in un clima di meraviglia,
l'avventura secolare della propria "savonesità".
Le vie di Savona, signorili padrone di casa, fanno a gara nel presentare uno
spaccato di città sempre nuovo e multiforme. Lo sguardo si trasforma in
visione e ritrova la memoria, che impedisce alla nostra vita, vissuta in
condizioni di costante incertezza, d'essere definitivamente inghiottita dal
tempo.
La luce insistente è quella dell'antica
Savona. Le aggettivazioni ora incalzanti ora rivestite da un silenzio
attonito, si trasformano in colore e luce. L'autore esprime la pienezza del
suo animo per accumulo verbale, guidato dalla logica del cuore.
Lo stupore è colto anche là dove il paesaggio
si presenta opaco e squallido (un'architettura concepita in funzione di
"costruzione" e non "d'arte"... Cubi, soltanto cubi,
forati ed eguali. Altre volte, come nei confronti dell'Istituto Rossello,
l'autore parlerà di gigantesco insulto architettonico). Mai mancano le
illuminazioni improvvise. Occorre dire che nella tavolozza di Pennone le
tenebre sono continuamente redente dalla luce.
Questa ricchezza umana è proprio quella che
conduce per mano l'anziana pescivendola a rivedere via Pia, dove si ritrova
viva in una dimensione che è la sua; è quella ricchezza umana che ti vede
fermo in piazza Mameli, avvolto dal lento rintocco della campana, l'eco
rimbalza dai palazzi circostanti e posa il tuo grazie su una nube di cielo; è
quella ricchezza umana che ti vede sorpreso ed attonito nella notte misteriosa
del Venerdì Santo, notte di contemplazione, notte in cui si consuma il
mistero del Figlio dell'Uomo: bagliori e dissolvenze avvolgono la folla
sterminata, le vele delle navi rabbrividiscono di riflessi e si afflosciano,
mettendo a nudo le croci, un volto insanguinato ti passa dinanzi, i tamburi
cadenzano il ritmo di una condanna...
La Savona di Pennone e Acquaviva è una Savona
in ascesa, che continua ad offrirti le sensazioni più profonde, quelle che ti
appartengono e ti accompagnano nel piccolo mondo dove vivi, per scoprire, in
un angolo impensato, sconosciuti tesori.
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