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Parluma 'd Coiri

MAIR  PARRY
Parluma 'd Còiri
Sociolinguistica e grammatica del
dialetto di Cairo  Montenotte


FONTI E STUDI
n. 2 (2005)


Dalla presentazione al volume di Giulio Lepschy:

          Sono lieto di presentare questo volume di cui ho seguito la gestazione fin dal principio. Ebbi occasione di incontrare l'autrice mentre preparava la sua seconda laurea (dopo la prima, gallese) all'università di Oxford, alla fine degli anni Sessanta; seguii poi con interesse i suoi studi di linguistica italiana, e feci parte della commissione giudicatrice che le conferì il Dottorato di ricerca (PhD) dell' Università del Galles nel 1985. Dopo aver insegnato ad Aberystwyth l'autrice ha ora un ordinariato all'università di Bristol. Appartiene a quel notevole numero di studiosi (fra i quali, A. Radford, N. Vincent, M. Maiden, A. Ledgeway) che illustrano gli studi di linguistica e dialettologia italiana in Gran Bretagna. Oltre ad aver dedicato contributi originali alla dialettologia piemontese (per esempio sulla sintassi dei clitici, dei costrutti negativi, di quelli impersonali), Mair Parry ha collaborato con Martin Maiden nella cura di un prezioso e indispensabile strumento di lavoro sui dialetti italiani (1). Il libro qui presentato si basa sulla sua tesi di dottorato e raccoglie il frutto di una trentennale ricerca sul dialetto di Cairo Montenotte (Savona).

          Il lavoro è importante per molti aspetti: (a) documenta, con indagini di prima mano, la fonologia e la grammatica di un dialetto interessante e finora insufficientemente studiato; (b) illustra un'area di transizione fra dialetti piemontesi e liguri - ciò che dal punto di vista della dialettologia costituisce un "valore aggiunto" rispetto a descrizioni che vertono su idiomi più nettamente caratterizzati; (e) offre un'impostazione sanamente eclettica (termine oggi di solito usato, a torto secondo me, in maniera negativa), che accosta e illumina reciprocamente la perspettiva sincronica e quella diacronica, e associa gli strumenti più raffinati della grammatica teorica insieme a quelli della sociolinguistica; (d) offre infine un contributo alla conoscenza e alla conservazione, almeno nella memoria, di quel patrimonio culturale dei dialetti che nei nostri anni viene sempre più eroso e che in Italia lasciamo spesso deperire se non addirittura scomparire.

          Riguardo a quest'ultimo punto vorrei finire su una nota personale. Nel 1992 partecipai a Gregynog, una sede di manifestazioni accademiche dell' Università del Galles, a un convegno in onore del romanista Glanville Price
(2), dove presentai una comunicazione col titolo How Many Languages Does Europe Need? (3). Concludendo la mia relazione parlai bensì del dovere civile che abbiamo di cercare di preservare i dialetti che la nostra cultura ci ha tramandato, ma aggiunsi anche che, come italiano, l'idea di avere un articolo di linguistica teorica in modenese, o un grande romanzo europeo scritto, poniamo in milanese invece che in italiano, mi metteva a disagio (a parte che il fascino dei Promessi Sposi consiste anche nel fatto che per capire meglio il testo dobbiamo tener presente che Manzoni parlava milanese). Ricordo che durante la discussione Mair Parry intervenne, in maniera amichevole ma tagliente, per chiedermi se sarei stato messo a disagio anche dall'idea di un grande romanzo europeo scritto in gallese. Io risposi, naturalmente, di no. Il problema era, semmai, che il gallese non lo conoscevo, e avrei dovuto impararlo, ciò che valeva del resto anche per tante altre lingue che mi sarebbe piaciuto sapere, senza che l'esistenza di grandi romanzi scritti in tali lingue mi mettesse in difficoltà superiori a quella di dover ricorrere a una traduzione, o studiare un' altra lingua.

          Ma l'intervento di Mair (che conosce da nativa il gallese, ma è anche in grado di parlare di argomenti linguistici in cairese) mi è tornato poi spesso alla mente, e mi ha indotto a riflettere, facendomi capire meglio i limiti del troppo facile storicismo col quale mi ero sbrigato del problema, concludendo la mia relazione. Dire che un idioma serve per la conversazione familiare ma non per la scrittura pubblica, perché così indica l'ineluttabile sviluppo della storia, opporsi al quale sarebbe sentimentalismo, utopistico nel migliore dei casi, e reazionario nel peggiore, è una tesi dettata bensì dalle nostre prevenzioni, ma che per essere convincente richiederebbe argomenti più probanti di quelli disponibili. E se è una tesi che non vale (come di fatto non vale) per il gallese, non è ovvio perché dovrebbe valere per i dialetti italiani. Mair mi ha offerto uno stimolo per ripensare certe mie posizioni, oltre a farmi rimpiangere di non essere stato in grado di ricambiare la sua cortesia con un atto di omaggio al gallese simile a quello reso da lei al cairese.

          Anche di questo la mia presentazione costituisce un tardivo e insufficiente ringraziamento.


Diolch,Mair.

Giulio Lepschy
Università di Reading e University College London

Note

(1) M. Maiden, e M. Pairy (a c. di), The Dialects Italy, London, Routledge, 1997.
(2) M.M. Parry, W.V. Davies and R.A.M. Temple (a c. di), The Changing Voices of Europe. Social and Politicai changes and their linguistic repercussions, Cardiff, The University of Wales Press / MHRA, 173-92.
(3) G. Lepschy, 'How many languages does Europe need?', in The Changing Voices of Europe, 5-21 (trad. italiana di M. Voghera in A. Lepschy e G. Lepschy, L'amanuense analfabeta e altri saggi, Firenze, Olschki, 1999,107-27. 


Dalla premessa al volume:

          Questo studio è il risultato di ricerche condotte a fasi alterne fra il 1972 e il 1984 per la mia tesi di dottorato presso l'Università del Galles (1985). Ispirato dal suggerimento del prof. Corrado Grassi (allora direttore dell'Istituto dell'Atlante Linguistico Italiano dell'Università di Torino) il progetto originario mirava a descrivere, e ad analizzare secondo l'approccio quantitativo laboviano, il profilo sociolinguistico di una cittadina italiana su cui avevano inciso in modo notevole l'industrializzazione e la conseguente immigrazione di mano d'opera, non solo dalla campagna circostante ma da tutte le regioni d'Italia. Come era stato influenzato il comportamento linguistico degli abitanti di Cairo Montenotte dai grandi cambiamenti sociali della prima metà del ventesimo secolo? Quali erano diventati i rapporti fra dialetto e lingua italiana? Come tutti i dialetti italiani, il dialetto locale si stava trasformando sotto l'influsso dell'italiano standard, ma con modalità diverse, a seconda del parlante. Oltre alla variazione sociolinguistica, Cairo Montenotte offriva la possibilità di studiare una zona di transizione dialettale molto poco studiata: la Val Bormida, situata a cavallo fra Piemonte e Liguria. Grazie a questa posizione intermedia, il dialetto di Cairo e gli altri dialetti della Val Bormida hanno subito nel corso dei secoli l'influenza di correnti linguistiche provenienti da ambedue le direzioni. Le diverse pressioni, politiche, religiose e culturali, hanno provocato nella zona una frantumazione dialettale che non è mai stata cancellata dall'azione unificatrice di un centro sufficientemente forte da poter servire da indiscusso modello linguistico. Ciò nonostante, all'interno dei dialetti valbormidesi esiste una solida base di tratti comuni (soprattutto morfologici e sintattici) e le divergenze, appartenenti più ai livelli superficiali della lingua - alla fonetica e al lessico, sono tali da non impedire l'intercomprensione per parlanti delle diverse varietà. Il fatto di costituire tipici esemplari di "dialetti di crocevia" (Lurati 1988:494) non significa certo una passiva accoglienza di tendenze esterne; anzi "la vitalità" (Terracini, 1937:725-26) dei dialetti della Val Bormida si manifesta in parecchi sviluppi autonomi, che rendono particolarmente fruttuoso lo studio linguistico di quest'anfizona (si vedano, in particolare, i dimostrativi, le forme verbali e la negazione).

          Le ricerche degli ultimi decenni hanno rivelato l'importanza dei dialetti italiani, così vari e ricchi, come banco di prova per le teorie linguistiche più aggiornate, volte a spiegare come funziona la lingua. "In quest'area di ricerca", scrive Paola Benincà (1996:160-61), "si è ricostituito uno scambio fecondo fra teoria linguistica e dialettologia: i dati dei dialetti offrono materiale linguistico ricchissimo, che può valere come un esperimento, per esempio per controllare la correttezza di correlazioni e interdipendenze che vengono postulate fra determinati fenomeni sintattici". Non è questo lo scopo principale del mio studio, ma data la tradizionale mancanza di studi di sintassi dialettale (Metzeltin 1989), ho creduto utile offrire nel quarto capitolo una generosa esemplificazione dei dati sintattici. La mia descrizione della grammatica cairese presenta soprattutto i dati empirici, ma inquadrati in un'analisi che vuoi mettere in luce i dinamismi che hanno determinato l'evoluzione diacronica. Ciò ha comportato di volta in volta un ricorso, in maniera abbastanza eclettica, a quelle spiegazioni teoriche che meglio davano conto dei dati esaminati.

          La rivalutazione della dialettologia e dei dialetti all'interno della linguistica e l'apporto non indifferente che il cairese e gli altri dialetti valbormidesi hanno già dato a vari dibattiti teorici (ad es. sulle strutture negative), non hanno purtroppo riscontro nella distribuzione sociolinguistica: come altrove, e in particolare nel nord-ovest, il dialetto di Cairo viene parlato sempre meno, soprattutto dai giovani (si vedano le ultime statistiche ISTAT (2000) sull'uso dell'italiano in famiglia: la Liguria e il Piemonte si trovano rispettivamente al primo e al terzo posto dopo la regione tradizionalmente collocata in testa alla classifica, la Toscana). Una mia piccola speranza è che questo volume aiuti anche a far capire il valore inestimabile del dialetto, sia come tesoro linguistico che come patrimonio culturale.

          I risultati delle mie indagini sociolinguistiche si troveranno nei capitoli 2. e 6., mentre negli altri capitoli vengono presentati dati più specificamente linguistici, i quali lungo gli anni intercorsi dalle prime inchieste sono stati costantemente ampliati e approfonditi. Lungi dall'essere una grammatica completa del cairese, la mia descrizione cerca di analizzare gli aspetti più caratteristici e significativi del dialetto, osservandoli da una prospettiva sia sincronica che diacronica. Il dialetto descritto nei capitoli 3. e 4. è un dialetto abbastanza 'tradizionale', ancora molto vitale fra i cairesi nati prima della seconda guerra mondiale, mentre al capitolo 6. la variabilità da cui si era fatta astrazione nei capitoli precedenti viene presa in considerazione e collegata con alcuni fattori sociali. I dati, sia quelli linguistici sia quelli sociolinguistici, sono stati raccolti (e registrati su nastro), durante i miei ripetuti soggiorni a Cairo, con la preziosa collaborazione di moltissimi cairesi: voglio ricordare qui almeno le mie due informatrici principali, Rosa D'Agostino e Silvia Viglione, la cui pazienza nel rispondere alle infinite domande su questioni grammaticali è stata davvero esemplare. Anche se ragioni di economia del tempo hanno dettato il ricorso inevitabile alle tecniche di raccolta mediante questionario, sono stati registrati molti brani di discorso libero e nella misura del possibile gli esempi dialettali sono stati tratti dai testi di parlato spontaneo.

          Per quanto riguarda la presentazione degli esempi, ho cercato di rispondere alle esigenze dei due "pubblici" a cui viene indirizzato questo volume: da una parte i parlanti stessi e gli abitanti di Cairo, e dall'altra, i linguisti. Perciò, ho seguito Toso (1997) nel registrare ogni forma sia in una grafìa "tradizionale" (anche se purtroppo manca al cairese una vera tradizione scritta) che in una trascrizione fonetica (quella dell'Alfabeto Fonetico Internazionale). Per quanto riguarda testimonianze scritte, tre sole sono le fonti che ci possono offrire qualche informazione storica sul dialetto di Cairo: la versione cairese della Parabola del Figliuol Prodigo (Biondelli 1853:554) e le due collane di poesie scritte da Ettore Zimino (nato a Cairo nel 1881): I sc-foghi d' Rusin. Primo tentativo di versificazione dialettale Cairese (1931) e In Ser Piave (Sul Piave). Rapsodia dialettale cairese (1935).

          Si tratta purtroppo di testi abbastanza recenti la cui affidabilità quale specchio fedele del dialetto di Cairo è incerta.


L'indice:

PRESENTAZIONE - A cura di Giulio Lepschy, pp. 5-7
PREMESSA e RINGRAZIAMENTI, pp. 9-18
CAPITOLO 1 - Cairo: schizzo di storia sociale, pp. 19-29
CAPITOLO 2 - Lingua e dialetto a Cairo, pp. 31-67
CAPITOLO 3 - Fonologia del cairese, pp. 69-122
CAPITOLO 4 - Morfologia e sintassi, pp. 123-274
CAPITOLO 5 - Classificazione del cairese, pp. 275-298
CAPITOLO 6 - Il dialetto in evoluzione: indagine sociolinguistica, pp. 299-330
EPILOGO, pp. 331-333
BIBLIOGRAFIA, pp. 335-353
INDICE SELETTIVO DELLE PAROLE DIALETTALI, pp. 355-377
INDICE e INDICE ANALITICO, pp. 379-387


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Ultimo aggiornamento: 26/09/2005 Indice
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