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dalla
prefazione di Giovanni Assereto
"Manca uno studio moderno sull'ordinamento militare della
Repubblica di Genova": lo sottolineava vent'anni fa Salvatore
Rotta, ed è curioso che fosse un finissimo studioso di storia delle
idee e della cultura a lamentare questa lacuna in un campo apparentemente così distante dai suoi interessi. Ma Rotta, lettore onnivoro e
sensibile, aveva colto gli indizi di quel risveglio di attenzione per
gli eserciti degli antichi Stati italiani che proprio negli anni Ottanta
avrebbe cominciato a fornire risultati tangibili: non più soltanto ad
opera di autori stranieri, ma sempre più spesso anche di studiosi
italiani, il cui numero è andato crescendo in misura notevole, come
hanno mostrato sul finire degli anni Novanta le rassegne di Piero Del
Negro (L'Età Moderna: eserciti e guerre, in Guida alla storia
militare italiana a cura di P. Del negro, Napoli, ESI, 1997) e di
Claudio Donati (Il "militare " nella storia dell'Italia
moderna, in Eserciti e carriere militari nell'Italia moderna a
cura di C. Donati, Milano, Unicopli, 1998).
Non si è trattato soltanto di un fenomeno quantitativo.
L'intensificazione degli studi si è accompagnata infatti ad alcune
importanti novità sul piano delle metodologie e degli approcci, anzi ha
tratto alimento proprio da esse. Per non dilungarsi su concetti che
tutti gli studiosi della materia conoscono benissimo, basterà dire che
due sono state le trasformazioni fondamentali. Da un lato gli storici
italiani si sono resi conto di come la crescita e il funzionamento degli
apparati bellici in età moderna - lungi dal rappresentare soltanto temi
"tecnici", da lasciare al monopolio dei militari di
professione e degli Stati maggiori - fossero momenti cruciali della
trasformazione politica, economica e sociale dei secoli tra il
Rinascimento e la Rivoluzione, a patto naturalmente di considerarli con
occhio diverso rispetto al passato, secondo criteri che la storiografia
inglese e francese già da tempo aveva adottato. D'altro lato è
cresciuta la consapevolezza che questo ruolo delle strutture militari
andava analizzato anche là dove esse apparivano deboli e quasi
ibernate, prima sotto la pax hispanica, poi nell'Italia
"neutralizzata" del secondo Settecento.
Certo, anche in anni recenti, le maggiori attenzioni sono andate agli
eserciti dei due Stati che nel corso dell'età moderna avevano mantenuto
una forza armata e un peso internazionale considerevoli, vale a dire
Venezia e il Piemonte sabaudo. Quest'ultimo, in particolare, è stato
fatto oggetto di saggi tra i più significativi e corposi, come quelli
di Walter Barberis, Vincenzo Ferrane, Sabrina Loriga, Claudio De Consoli
e Paola Bianchi, ma anche gli eserciti degli stati più piccoli, o
"imbelli", o sottoposti a dominazioni straniere che toglievano
loro autonomia e forza militare sono stati passati utilmente al vaglio.
È avvenuto soprattutto per il Ducato di Milano, con le numerose
ricerche di Claudio Donati, Enrico Dalla Rosa, Mario Rizzo, Gianvittorio
Signorotto, Alessandra Dattero e con un convegno (La espada y la pluma)
sul mondo militare nella Lombardia spagnola, i cui atti sono stati editi
nel 2000. Ma non sono mancati studi anche sullo Stato Pontificio
(Virgilio Ilari e Giampiero Brunelli), sul Regno di Napoli (Anna Maria
Rao, Angelantonio Spagnoletti), sul Granducato di Toscana (Nicola
Labanca), sul ducato farnesiano (Mario Zannoni e Massimo Fiorentino). E
sono apparse - sia pure a diversi livelli di qualità - alcune opere di
sintesi, o comunque concernenti il panorama italiano nel suo complesso,
come la Storia del servizio militare in Italia di V. Ilari, i
libri dedicati dallo stesso Ilari in collaborazione con Giancarlo Boeri,
Ciro Paoletti e Piero Crociani alla guerra e agli eserciti del
Settecento, l'importante ricerca di Gregory Hanlon sulle aristocrazie
italiane e i conflitti europei in età moderna, quella non meno
importante di Vittorio Leschi sulle scuole militari degli Stati
preunitari, il numero monografico (1995, n. 23) della rivista "Cheiron"
sulle istituzioni militari italiane fra medioevo ed età moderna. Per
finire, la casa editrice Einaudi ha dedicato un recente "Annale"
della sua Storia d'Italia a Guerra e pace (anche se, nella
maggior parte dei saggi riguardanti l'età moderna, la guerra e il
"militare" più che essere presi di petto sembrano pretesti
per discorrere di lingua, letteratura, trattatistica, arti figurative);
l'ultimo numero - il 22 - della rivista "Studi settecenteschi"
è uscito con il titolo Pace e guerra nella cultura italiana ed
europea del Settecento; ed è fresco di stampa mentre scrivo il
volume Corpi armati e ordine pubblico in Italia (XVI-XIX secolo) a
cura di Livio Antonielli e Claudio Donati.
In questo panorama, Genova presenta una situazione anomala, come spesso
le accade dal punto di vista storiografico e non solo. Qui l'onda degli
studi di cui stiamo parlando quasi non è arrivata, e basta scorrere i
saggi bibliografici citati sopra per rendersene conto. In compenso la
ricerca non è affatto mancata. Almeno negli ultimi anni; ma è stata
effettuata per lo più al di fuori delle sedi accademiche, per
iniziativa di studiosi amateurs, tra i quali hanno ricoperto un
ruolo pionieristico e trainante gli autori di questo volume. Si tratta,
è bene dirlo chiaro, di "dilettanti di classe", la cui
competenza e il cui impegno sono fuori discussione. Riccardo Dellepiane,
il più anziano dei due, da decenni ara e scava i fondi dell'Archivio di
Stato di Genova alla ricerca della documentazione di natura militare, di
cui ormai possiede - negli scaffali della sua biblioteca - un imponente
schedario e una non meno imponente raccolta di copie e regesti, per non
parlare delle bellissime riproduzioni di uniformi e bandiere nelle quali
si è cimentato con perizia di miniatore. Il più giovane, Paolo
Giacomone Piana, non gli è da meno per capacità di scavo e per
erudizione; inoltre ha il merito di avere indotto l'amico e maestro a
vincere una sorta di ritrosia e a pubblicare almeno in parte i risultati
delle sue ricerche.
Negli ultimi anni Dellepiane e Giacomone Piana, in coppia o
separatamente, hanno prodotto così un buon numero di scritti, sono
intervenuti a convegni e seminari, hanno collaborato a mostre, hanno
illustrato in molti modi le vicende e le istituzioni militari della
Genova moderna. Hanno inoltre messo a più riprese la loro competenza al
servizio di studenti universitari impegnati nell'elaborazione di tesi di
laurea d'argomento storico-militare, e alcune di quelle tesi sono state
pubblicate, o sono in procinto di esserlo. La via da loro aperta è
stata percorsa da altri studiosi (come Giorgio Casanova, Giovanni
Ferrero, Leone Carlo Forti, Franco Marmori, Riccardo Musso, Giovanni
Rapetti), i quali hanno affrontato temi relativi alle milizie, alle
operazioni di guerra, alle fortificazioni. Anche la storiografia
accademica ha cominciato a svolgere un proprio ruolo importante,
soprattutto con le ricerche dedicate da Massimo Quaini e dai suoi
collaboratori all'attività degli ingegneri militari, in particolare nel
campo della cartografia.
Tuttavia c'è ancora molto da fare, sia per affinare le metodologie, sia
per acquisire maggiori e più dettagliate conoscenze mediante lo spoglio
della documentazione - tanto imponente quanto poco utilizzata - che gli
archivi genovesi conservano. La decisione presa da Dellepiane e
Giacomone Piana, i quali hanno voluto generosamente mettere a
disposizione degli studiosi la loro competenza e la loro grande
capacità di muoversi tra i fondi archivistici genovesi, può dunque
rappresentare un passo importante ai fini dell'incremento degli studi.
Nelle pagine che seguono si può infatti trovare un ricchissimo
repertorio di fonti, che non si ferma all'età della Repubblica
aristocratica, ma giunge agli anni rivoluzionari e napoleonici, con
preziose indicazioni anche sugli archivi parigini. E si può trovare
altresì una prima ricostruzione articolata degli apparati militari
genovesi, resa con spirito forse tradizionale, ma con viva
consapevolezza delle domande nuove che la storia pone al
"militare", e con un'efficacia tale da poter essere sfruttata
sia dai cultori dell'histoire-bataille (che non è sempre da
disprezzare), sia da coloro i quali all'organizzazione degli eserciti
preunitari pongono domande più complesse, individuando in essa un
elemento essenziale delle società d'ancien régime.
È un risultato di
rilievo, che non mancherà di dare frutti, e che fin d'ora fa venire
voglia di un seguito. Per una Stato come quello genovese, sembra ovvio
pensare che le forze navali abbiano avuto un peso non certo inferiore a
quelle terrestri, specie considerando il fatto che le più importanti
flotte di galere, private e non statali, appartenevano a famiglie che si
chiamavano Doria, Sauli, Grimaldi o Pallavicini, gente che giocava ad
alti livelli sullo scacchiere della finanza e della politica
internazionale.
Dopo Militarium, l'auspicio è dunque che arrivi anche un repertorio
Maritimarium, nel quale gli studiosi troveranno materiali copiosi per
ricostruire una realtà ancora largamente sconosciuta.
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